I commenti che ho ricevuto per la puntata n.7 di Luca e Roberto, che ringrazio per il contributo, mi hanno indotto a scrivere una versione bis per chiarire meglio il concetto che volevo esprimere. I due commenti mettevano in evidenza come prima di arrivare a certe conclusioni fosse giusto fare una analisi del perchè si fosse arrivati a certe condizioni e del fatto che sarebbe stato corretto sentire anche l’altra persona.
Il punto che volevo evidenziare era diverso e si può riassumere così:
Se si danno le dimissioni perchè si è stati trattati male e pur avendo ragione al 100% si è ricevuta la responsabilità di tutto ciò che è andato male questo non è una valido motivo per comportarsi in maniera non professionale.
Provo a rielaborare con un esempio di fantasia.
Ci viene assegnato un nuovo progetto per cui facciamo delle stime e chiediamo delle condizioni affinchè queste si possano verificare (persone di supporto, attrezzature, etc). Cominciamo a lavorare al progetto impegnandoci al 200%, ma le nostre richieste rimangono nel limbo, il tempo passa, non arrivano risposte. La data di scadenza arriva e veniamo additati come responsabili della mancata consegna e a nulla valgono le mail che testimoniano le richieste necessarie per garantire la consegna, l’unica cosa che rimane “scolpita nella pietra” è la data di consegna.
Parliamo con i vari livelli aziendali che non fanno altro che confermare (magari a volte anche i maniera sgarbata) che la responsabilità è nostra e veniamo additati come poco flessibili, o altre etichette lavorative educate ma poco piacevoli. Decidiamo di lasciare e quindi diamo le dimissioni.
Come ci comportiamo? Nello stesso modo in cui l’azienda ci ha trattato? Facendo a nostra volta degli sgarbi?
La risposta istintiva di una persona sotto stress ed emotivamente coinvolta potrebbe essere positiva, ma io ritengo che sia proprio in questi casi che sia necessario fermarsi e riflettere e sfruttare l’occasione di dimostrare il nostro valore. Per quanto in una azienda ci possano un sacco di persone con cui non si lavora bene ce ne sono anche di quelle con cui si lavora in maniera proficua e queste non devono essere in alcun modo danneggiate o invitate a pensare che non siamo dei professionisti. Se durante il periodo delle dimissioni ci comportiamo in maniera poco professionale alcune persone lo impareranno e se probabilmente se lo ricorderanno (anche perchè di solito si ricordano di più le esperienze negative di quelle positive) e quantomeno “lasceremo una macchia” nei ricordi dei nostri ex-colleghi. Ne vale la pena?
Secondo me no.
Questo non vuol dire accettare tutto passivamente, ma semplicemente essere corretti, duri finchè si vuole, ma corretti.
Ciao Giovanni,
il tuo pensiero è chiaro, quello di uomo azienda.
Sarebbe interessante capire però se ciò che adesso indichi come scarsa professionalità da parte di chi se ne andato l’hai indicata anche nei confronti dell’azienda quando magari non collaborava come avrebbe dovuto con la persona che poi alla fine ha dato le dimissioni.
Luca
ciao Luca,
grazie per il commento che però non condivido. la definizione uomo azienda mi sembra esattamente l’opposto di come la vedo io. Uomo azienda è una persona che da sempre ragione all’azienda in cui lavora o è sempre allineato con le sue decisioni. Spero di non aver dato questa impressione in quanto sono un sostenitore delle persone che hanno opinioni diverse e combattono per migliorare e quindi cambiare l’azienda in cui lavorano. Questo non significa comportarsi in un certo modo. Il punto che sostengo è che essere poco professionali è un fatto che dovrebbe essere evitato indipendentemente dalle vessazioni ricevute. Se una azienda si è comportata come nell’esempio descritto nel posto il mio giudizio è netto: lasciarla il prima possibile e se qualche conoscente ci chiede la nostra opinione perchè interessato ad una assunzione raccontare la nostra esperienza in maniera schietta. Ci sono tante aziende che gestiscono le persone in maniera decisamente inadeguata, se ci fosse da parte di chi ci lavora un atteggiamento serio e deciso (o si lavora in un certo modo o lascio) credo che non durerebbero molto in quanto prive di persone capaci di raggiungere i risultati.
Ciao Giovanni,
il mio è un commento e puoi assolutamente non condividerlo.
Per quanto riguarda la professionalità occorre sottolineare che, esiste fino a quando non veniamo ‘coinvolti’ in prima persona.
Spesso le persone indicano come sbagliati certi comportamenti, poi quando ci si “trovano in mezzo” in prima persona fanno ancora peggio di quello che criticavano. Forse non è il tuo caso, non lo so, ma se l’azienda ti avesse trattato male, forse anche tu avresti reagito in maniera non professionale.
Esempio: io non credo che se una persona per strada ti ruba un parcheggio, oppure ti da uno schiaffo, oppure ti insulta, oppure ti sputa addosso, ecc..ecc… in te prevale la professionalità….e quindi lasci perdere……forse una volta, forse due..ma alla terza…
Questo esempio vale ovviamente anche per l’ambiente lavorativo.
Luca
ciao Luca,
il senso del mio post voleva essere proprio un complemento al tuo commento. Concordo con te che quando si è coinvolti di persona le cose cambiano e anche di parecchio. Ma il mio post è un invito a resistere (e credimi mi rendo perfettamente conto del fatto che sia difficile) alla tentazione di allinearci verso il basso. Se riusciamo ad essere professionali anche con chi non merita nulla è una vittoria (quasi solo) personale che credo nel tempo dia i suoi frutti. Se una persona mi insulta una due, tre, n volte insultarla a sua volta è la cosa che mi verrebbe da fare subito, ma in realtà so che se volessi essere civile dovrei rispondere in modo educato ed andarmene. E’ molto difficile, ma credo che valga la pena provarci.
Ciao Giovanni,
complimenti per il blog! Io personalmente nelle situazioni difficili sono favorevole a resistere alle difficoltà a combattere e ad essere sempre propositivo, se però la situazione non migliora perchè il contesto non lo permette è inutile continuare a farsi del male.
Secondo me dare le dimissioni non è sintomo di poca professionalità, se uno trova di meglio fa bene a cambiare.
Non capisco inoltre che tipo di vittoria personale sia e quali frutti possa dare il resistere a lavorare in un ambiente lavorativo avverso.
Inoltre vi vorrei far notare che l’appellativo di poco professionale si usa un po’ troppo allo sproposito e quando fa più comodo è la cosa più semplice da dire. Non trovate?
ciao Marco,
grazie per i complimenti, ma soprattutto per il tempo che hai dedicato a leggere e commentare quello che scrivo. Penso che su alcune cose non ci siamo capiti, dare le dimissioni va benissimo, è un sintomo di professionalità se si realizza che l’azienda e la persona hanno delle visioni inconciliabili.
La vittoria personale a cui mi riferivo è continuare, durante il periodo delle dimissioni, ad essere professionali in quanto è facile, sapendo che non si lavorerà per quell’azienda, “cedere” all’istinto (legittimo) di comportarsi in maniera non appropriata.
Concordo con te sull’abuso del termine poco professionale, io ho cercato di portare un esempio (finire degli sviluppi e non lasciare disponibili i codici sorgenti) per chiarire cosa intendevo.
Ciao a tutti,
ho avuto il piacere di lavorare con Giovanni in passato e lo ritengo una persona di una professionalità estrema, vi posso assicurare che non è assolutamente uno “Yes Man” quanto piuttosto una persona pronta a battersi per far valere le sue idee (ma non solo) quando le ritiene valide.
Visto che si è parlato di considerare anche “l’altra parte” vi racconto una delle mie esperienze di dimissioni che credo ben illustri quanto Giovanni voglia dire.
Non condividendo più il modus operandi della azienda in cui mi trovavo (sto epurando molto) ho rassegnato le dimissioni.
Poco dopo mi è stata affidata la gestione di un progetto in una fase critica (benchè dimissionario), pur avendo sconsigliato la scelta mi sono attenuto alla decisione. Nel mese a seguire ho fatto in modo che lo step di cui mi sarei occupato andasse in porto e ad un certo punto mi è stato pure chiesto di fare un sabato e domenica di straordinari. A quel punto ho fatto presente che io non avevo nessun interessi a “sbattermi” pure il sabato e la domenica (ricordo che poco sopra ho epurato molto) ma vista l’insistenza ho accettato concordando che avrei poi preso una settimana di ferie.
Giunta la fatidica settimana al momento dei saluti il mio responsabile ha fatto finta di non aver capito che la settimana di ferie l’avevo confermata e me la volevo godere… mi sono limitato a spiegare che l’aereo era prenotato e che io comunque il giorno dopo non ci sarei stato.
Quasi dimenticavo: lo step è stato rilasciato nei tempi previsti.
Credo che l’esperienza raccontata da Terenzio sia un esempio di quello che intendevo; chiedere certi sforzi a chi ha deciso di andarsene e poi fare pure finta di dimenticarsi degli accordi non è corretto, ma ciò non implica che bisogna comportarsi come fanno alcuni datori di lavoro. Preciso due cose: non lavoravo con Terenzio quando ha vissuto quell’esperienza e credo (ma non ne sono sicuro) che quella azienda non se la stia passando bene (e non attribuirei le eventuali difficoltà alla crisi globale, ma piuttosto ad un modo “non professionale” di gestire i dipendenti)